Altre cronache d’estate dai territori de “Il doppio arcano”

Ho scritto diverse sinossi su “Il doppio arcano” nei mesi scorsi. Sintesi più o meno riuscite nelle quali mi sforzavo di far coesistere in poche righe i molti aspetti di una storia piuttosto variegata. Oggi posso finalmente prestare attenzione a come gli altri raccontano il mio lavoro.

E devo dire che mai sarei riuscito a trovare il distacco necessario per definire il libro un thriller psicologico (è la tesi di Silvia Stucchi nella sua recensione per Libero) oppure un thriller barocco (lo ha scritto Checchino Antonini su il manifesto) o anche un thriller storico (è la tesi di Pino Nano, espressa su Raisenior.it). E come avrei potuto trovare parole più precise per motivare le diverse “opzioni di genere”? “Il romanzo potrebbe essere definito un thriller psicologico, in cui la ricerca sui segreti della fine di Caravaggio si intreccia coi segreti, più o meno rimossi, della vita del protagonista… Anche Morgan van Dijk ha un segreto, talmente ben ricacciato nella profondità dell’inconscio che solo la forza delle tele di Caravaggio lo può far emergere” (Stucchi). “Duello, fuga, congiura, quadri scomparsi: gli elementi per un thriller barocco già sarebbero tutti qui ma c’è dell’altro… Morgan Van Dijk avrà modo di compiere anche uno sconvolgente viaggio interiore stimolato da quadri che da quattro secoli non smettono di interrogare l’inconscio e l’immaginario di mezzo mondo” (Antonini). “Si tratta di un thriller storico che intreccia giornalismo investigativo, intrighi istituzionali e ricerca della verità… Nel romanzo gli avvenimenti che scuotono la vita del giornalista olandese e il tormentato percorso del pittore Caravaggio sembrano viaggiare su binari paralleli” (Nano). Un thriller dunque. Ma è la psicologia o la storia l’accento prevalente? Non saprei dire.

Intervista di Livio Partiti per “Il posto delle parole”

5 risposte a “Altre cronache d’estate dai territori de “Il doppio arcano””

  1. Parte 2/ Artista che si ritiene abbia portato la pittura nella modernità, totalmente avvinto da se stesso, disturbato, ataccabrighe e tecnicamente rivoluzionario, perche era tale e che probabilmente avrebbe voluto – non senza un preciso progetto personale- essere lasciato stare a invischiarsi nella carnalità umana trasudante i vicoli e luoghi di piacere del popolo e spalmati di pericolo, in un inestricabile groviglio di dionisiaco e apollineo (di Nietzscheana memoria). Nel periodo peraltro in cui la Chiesa della controriforma, del Concilio di Trento vuole riconquistare l’amore e l’obbedienza del popolo, Michelangelo Merisi da Caravaggio ha e soprattutto si prende lo spazio di sperimentazione ed affermazione delle proprie ed uniche idee di pittura. Pittura di luce che irrompe come redenzione divina nelle atmosfere povere e misere dei personaggi che Caravaggio rappresenta, secondo una lettura religiosa, anche grazie a quella biacca, il bianco di carbonato di piombo, con cui predisponeva il disegno delle tele dando forma e volume già in fase preparatoria a quella luce folgorante con i conseguenti alti contrasti “scultorei” che caratterizzano le sue opereE anche questo alberga e aleggia nel romanzo ove le increspature razional-emozionali di tutti i personaggi, rendono possibile l’intrecciarsi dei fatti, di mille e uno fili di news , che lo caricano di ritmo sopravanzando le storie dei protagonisti costringendoli a riflettere e ad agire a rischio di errare o farsi scoprire a loro stessa insaputa. Lottando anche contro se stessi, in un gioco che alla fine non è a somma zero.

    1. Sono felice, caro Antonino, del ricco e appassionato “feedback”. E grato, naturalmente, che tu abbia voluto dedicare del tempo al mio romanzo! Le tue sottolineature confermano che nel processo della lettura l’elemento di gran lunga più importante è la libertà del lettore, che è in fin dei conti anche libertà di interpretazione. Visto attraverso i tuoi occhi Il doppio arcano è un libro che “celebra” il grande enigma della fine di Caravaggio. Eppure il romanzo cerca di far lievitare in quell’enigma un altro importante interrogativo: può l’ammirazione per una o più opere d’arte attivare in chi osserva un processo di radicale e dolorosa “revisione” della propria più intima identità? Come dicevo sul libro nella mia ultima newsletter: “Un thriller dunque. Ma è la psicologia o la storia l’accento prevalente? Non saprei dire”. La risposta, in fin dei conti, spetta a chi legge…

      1. Caro Angelo essendo in pensione e lavorando molto meno leggere ed approfondire mi tiene in palla e trovo il tuo agire creativo oltre che giornalistico molto interessante. Al di là dell’amicizia che mi fa parteggiare per te. Ma per tornare a Morgan credo che il suo problema affettivo mi appare piú un infortunio scatenato dall’esperienza emotiva visiva piuttosto che un enigma. Se si va a leggere e a cercare bene in rete la sindrome di Stendahl non è sempre una cosa leggera anche se tu nell’intervista dici trattarsi a proposito dell’altro arcano, di qualcosa di più complesso della sindrome di Stendhal. Gli studi storici condotti a Firenze dalla psichiatra Graziella Magherini, che per prima ha codificato la sindrome di Stendhal evidenziano che l’impatto con l’opera d’arte agisce frequentemente come un trigger (innesco) emotivo. L’esperienza estetica rompe le difese psicologiche abituali, portando a galla problematiche più profonde.. Scompensi psicotici o disturbi dell’affettività: Nei casi clinici più gravi diagnosticati dalla Magherini (il cosiddetto “terzo quadro clinico”), i pazienti manifestavano allucinazioni visive o uditive, deliri paranoidi e gravi alterazioni dell’umore. È stato accertato che queste risposte acute emergevano quasi sempre in individui che avevano già una storia pregressa di sofferenza psichica o una forte predisposizione biologica ai disturbi dell’umore (come il disturbo bipolare) o dello spettro schizofrenico. In sintesi, se una reazione di commozione o lieve stordimento davanti all’arte è comune, le manifestazioni acute e disfunzionali della sindrome di Stendhal sono raramente accidentali: spesso rappresentano il sintomo visibile di un malessere psicologico o psichiatrico più profondo che necessita di una valutazione specialistica. In sostanza per tornare a Morgan il suo scoprire un lato omosessuale seppellito in sé stesso, da lettore lo vedo sorprendente per come avviene ma non enigmatico. Un problema psicologico identitario forte spiegabile solo in parte ma ricercabile. Sarebbe interessante classificare quali tipi di opere d’arte scatenino la variegata sindrome di Stendhal. In secondo luogo il tuo romanzo non solo attualizza l’enigma degli ultimi giorni di vita del Caravaggio più che celebrarlo -sul cui tema magari mi attardo io nel parlare positivamente del romanzo- ma lo fa attraverso un’operazione creativa di personaggi e trame super interessante che sembrano veri, grazie anche secondo me alla tua qualità di redattore e fotografo di cronache scovate e lette già in fase di taccuino e d’inquadratura meditata. Esibisci inoltre una capacità registica filmica in tempo reale molto alta. Mi fermo qua anche se ci sarebbe da continuare…

        1. Grazie ancora, Antonino! Apprezzo molto le tue riflessioni… In verità un “doppio arcano” segna profondamente l’avventura italiana del protagonista e infatti in un primo tempo avevamo pensato di titolare il romanzo in maniera leggermente diversa. Il primo arcano, è ovvio, riflette l’enigma della fine di Michelangelo Merisi, al quale Morgan Van Dijk si applicherà con passione e una certa dose di temerarietà. Il secondo è l’arcano personale: l’inquietante dubbio sui perchè di una sconvolgente intima rimozione, rivelata dalle crisi vissute dopo aver ammirato determinate opere del maestro lombardo. Sindrome di Stendhal in forma più o meno acuta? Sindrome di… Caravaggio? Quesiti che Morgan non si pone, preso com’è dal privatissimo arcano… Perdona la sintesi estrema, sono in Umbria ad allestire una mostra di mie foto sul tarantismo… Ti abbraccio.

  2. Parte 1/ Caro Angelo ho finito il tuo bel libro con il piacere di averlo letto e visto, perchè si fa anche vedere e per quanto echeggi sullo sfondo la confusionarietà apparentemente travolgente della Roma di Dan Brown di esso è infinitamente più verosimile e ricercato e I cui personaggi non sono solo schizzi. L’unico piccolo errore sta ne fatto che la Cenci fu decapitata e non bruciata anche se si può lasciar passare che sono loro -i personaggi- ad errare data anche l’atmosfera di dubbio nel quale sono immersi per colpa dell’autore. Leggendo si viene da subito catturati, peraltro già instradati dalle descrizioni sulla trama stampigliate in seconda di copertina, dal dilemma/scontro tra tesi interpretative contrapposte a riguardo della scoperta a Porto Ercole di un’esigua parte di resti mortali attribuiti al Caravaggio: la morte del grande pittore avvenne per malattia (malaria e saturnismo) o per mano omicida per vendetta volgare di gendarmi spagnoli o di onore personale di un cavaliere di Malta con il tacito assenso di Papa Paolo V? A tutt’oggi nella realtà sappiamo che il dilemma sugli ultimi giorni di vita del grande pittore lombardo continua ad esistere. Tuttavia il primum movens coinvolgente del romanzo, a mio parere sta in personaggi anonimi trascinati quasi per caso in una vicenda che letteralmente li intrappola, fatalmente svelandoli, a partire da un semplice fatto di cronaca, considerato minore se pur arbitrariamente. Da una notiziola, al massimo per addetti ai lavori- anche se potenzialmente virulenta- essi vengono agiti uno -il protagonista principale- da puro amor di verità -a cui tengono anche altri a cui via facendo egli si ispira- e altri dal contrastare a tutti i costi, per svariati motivi (di interesse economico, di onore famigliare, di prestigio personale o addirittura di Stato), l’affermarsi dell’ipotesi omicidiaria, anche se vera. La ricerca spassionata della verità contro il suo occultamento a tutti i costi. E quindi c’è una vera e propria lotta naturale – di sopravvivenza- e su più fronti che si sviluppa tra i protagonisti del romanzo, immersi nell’ambiguitá fattuale del tragico finale della vita del grande artista.

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