Cronache d’estate dai territori de “Il doppio arcano”

Scrive Massimo Cecchini nella sua recensione per Il Messaggero: “Se è vero che la bellezza salverà il mondo, non è escluso che possa anche servire per trovare una identità in cui riconoscersi.” Osservazione molto acuta: noi non sappiamo se Caravaggio perseguì il complicato intento di salvare il mondo con la bellezza delle sue intuizioni artistiche ma sappiamo che le difese strenuamente, mai cedendo ai diktat dell’ortodossia né agli “utili” compromessi. Ed è anche per questo che le sue creazioni sono dotate di una formidabile potenza di suggestione. E’ per questo che compenetrarsi con esse -come succede a Morgan Van Dijk, il protagonista del romanzo- può avviare un’impegnativa ricerca di verità sul proprio sentire più profondo.

Sabrina Chielini, nell’intervista per Il Tirreno, focalizza l’attenzione su Van Dijk giornalista d’inchiesta. “Il giornalismo d’inchiesta -gli rispondo- richiede una buona dose di coraggio, soprattutto quando si toccano alcuni temi… Il rischio di incontrare ostacoli è davvero alto. Ma Van Dijk non è un eroe, molto semplicemente confuta dati, teorie, risultati e non trovando riscontri ritiene di dover dire la sua.”

Commenta Alice Scolamacchia, sulle colonne de La Gazzetta del Mezzogiorno: “Il romanzo non è soltanto la storia della morte di Caravaggio: è anche il percorso di un giornalista che, nella ricerca della verità, deve affrontare ostacoli esterni e un profondo smarrimento interiore provocato dall’incontro con opere dalla forte carica trasgressiva, capaci di mettere in discussione anche le sue certezze personali.” Ecco che torna la bellezza come strumento di salvezza, utile per “trovare una identità in cui riconoscersi”.

Per Il Posto delle Parole, con Livio Partiti: 26 minuti e 42 secondi di “confessioni d’autore” su Il doppio arcano e il “magico realismo” di Caravaggio, certo. Ma anche sui miei primi passi nel mondo del giornalismo, a 21 anni; sulla lettura preferita di questa estate rovente (“Kolchoz” di Emmanuel Carrère); sul quadro più amato di Michelangelo Merisi (La flagellazione di Cristo, conservato nel Museo nazionale di Capodimonte, a Napoli).

L’agguato di Napoli

«Proprio qui Caravaggio iniziò a morire. E l’imboscata che gli venne tesa dagli emissari del cavaliere offeso a Malta fu il primo atto di un progetto omicida. Riesce a immaginare il testo della targa commemorativa?».
«Meglio dimenticare…».
«Dovendo ricordare il suo soggiorno a Napoli si preferisce citare il clima di libertà nel quale gli fu concesso di lavorare. O magari indirizzare gli appassionati al Pio Monte, dove iniziò la sua rivoluzione artistica con le Sette opere di misericordia».
«Aveva paura dopo i fatti di Malta. Perché venne proprio qui?».
«Era sicuro di aver seminato gli inseguitori. C’è da dire, poi, che nell’osteria del Cerriglio non si incontravano solo i soldati delle guarnigioni spagnole e i mariuoli del quartiere. Anche gli artisti amavano frequentarla».
«Ha rischiato di morire, non è vero?».
«Fu salvato, forse proprio dall’intervento degli amici pittori. Ma le ferite da taglio ne sfigurarono il volto».
«Però una coltellata in viso non è assassinio».
«E chi può dire se si trattò di tentato omicidio o di uno sfregio inferto per vendetta? Dopo quell’episodio, comunque, non si riprese mai del tutto. Diversamente dai suoi persecutori, che si riorganizzarono».

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