Il nipote delle colonie

Quindici aprile 2025, meno di 9 mesi fa. Sull’elenco della posta arrivata nella mia mail di Google compare un messaggio della casa editrice Botteghe Invisibili di Latina. A scrivermi è la direttrice editoriale, Gioconda Bartolotta. Mi chiede la disponibilità a presentare un libro dal titolo molto curioso, “Accento tripolino”.

La richiesta non mi sorprende anche perché nella mail si fa riferimento a “Il bel tempo di Tripoli”, il memoir da me pubblicato con le Edizioni E/O nel 2015. Rispondo che leggerò il testo, cercherò di capire a quali “accenti” fa riferimento e darò una risposta. Attendo un po’ prima di soddisfare la mia curiosità: lo strano titolo enfatizza una delle singolarità proprie di una piccola comunità dimenticata della società italiana, la comunità degli italiani rientrati in patria dalla Libia nel 1970, dopo il colpo di stato di Muhammar Gheddafi.

La singolarità è la strana maniera di pronunciare la nostra lingua da parte dei connazionali che vissero per decenni nel paese africano, tormentata colonia italiana, a fasi alterne, dal 1912 al 1943. L’inflessione araba, acquisita per generazioni da questa comunità, “contaminò” la purezza della lingua di Dante connotando ancora di più un vasto gruppo di persone che, al rientro nel paese d’origine, non venne ben visto dall’Italia repubblicana e antifascista. Leggo il libro, ne ravviso l’originalità e accetto di presentarlo. Lo faccio anche perché l’occasione è propizia per ricordare i tempi dei miei primi studi sulla sciagurata vicenda del colonialismo italiano in Africa.

E’ il 1985, un amico comune mi presenta a Bari Filippo Salerno, un anziano avvocato protagonista con altri suoi colleghi delle cause originate dalle lotte per la terra dei braccianti pugliesi negli anni Cinquanta. Questa persona ha un importante passato fascista, che precede la sua conversione alle ragioni della democrazia. Fu capo dell’ufficio stampa della Milizia fascista in Africa Orientale e grande fotografo con “vocazione antropologica” prima di finire nel cono d’ombra del regime. Comincio a frequentare la sua abitazione e, in un archivio molto rudimentale, vedo comparire la straordinaria narrazione visiva di un’epopea tragica ma avventurosa: l’epopea della costruzione dell’Impero, il vero sogno di grandezza del fascismo. Non c’è alcuna apologia nelle immagini scattate da Salerno e decido di dedicare ad esse, prima che il tempo completi i suoi danni, una grande mostra. Ecco il catalogo che l’accompagnò.

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Catalogo mostra Etiopia 1985

Dopo la mostra seguirono 30 lunghe ore di intervista su nastro audio, nel corso delle quali l’ex capo ufficio stampa della Milizia, raccontò la sua storia e quella della sciagurata vicenda coloniale in Etiopia e in Libia fra il 1935 e il 1943. Una storia già nota, questa. Almeno a chi ha avuto occasione di leggere “Il bel tempo di Tripoli”. Ma torniamo al “nipote delle colonie”, l’erede simbolico di quella vicenda: si chiama Alessandro Caramis. I suoi nonni e i suoi genitori fecero della Libia la loro seconda patria non sapendo che, un giorno, sarebbero stati cacciati da quel paese e rispediti in Italia senza troppi complimenti. Le enormi difficoltà del riadattamento che ne seguì hanno segnato la sua vita, come ben racconta nel testo che segue.

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Sguardi e immaginari post-coloniali dalla Libia all’Italia

di Alessandro Caramis*

Sono nato a Roma nel 1977, da genitori entrambi originari di Tripoli: mia madre, figlia di una famiglia siciliana arrivata in Libia agli inizi della colonizzazione italiana nel 1911; mio padre discendente invece da una famiglia greca, giunta dall’isola di Hydra quando la città era ancora una provincia ottomana.

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